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Studi settore: chi subisce accertamento ordinario paga in media quasi 3 volte in piuí Romano, adeguarsi conviene soprattutto ai contribuenti


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Adeguarsi agli studi di settore conviene soprattutto ai contribuenti. Chi subisce un accertamento ordinario paga in media quasi 3 volte in più rispetto ai soggetti che definiscono l’accertamento in base agli studi. Nel 2006 chi ha aderito alla proposta del fisco sulla base degli studi ha pagato 1.567 euro, mentre chi ha subito l’accertamento ordinario ha versato 4.069 euro. I dati sono stati forniti dal direttore dell’Agenzia delle Entrate Massimo Romano nel corso di una audizione alla commissione finanze della Camera. Romano ha colto l’occasione per ribadire che gli studi “non sono uno strumento di accertamento automatico” e che agli uffici sono state date indicazioni precise affinché nel contraddittorio si tenga conto di “tutte le situazioni rappresentate dai contribuenti”, e in particolare delle “cause di marginalità” dell’attività svolta. 

Dai dati sull’attività di accertamento nei confronti dei soggetti in contabilità semplificata ai quali si applicano gli studi emerge che nel 2006 sono stati effettuati 59.330 controlli. Sono risultati in regola 8.959 contribuenti, hanno aderito alla richiesta dell’ufficio 44.028 contribuenti, mentre 6.343 hanno preferito il contenzioso. Relativamente ai 31.424 che hanno utilizzato lo strumento dell’accertamento con adesione, a fronte di una maggiore imposta accertabile di 101 milioni è stata perfezionata una maggiore imposta di 49,2 milioni pari a 1.567 euro a contribuente. Ben più salato invece l’esborso di chi ha subito un controllo di tipo ordinario. Sempre nel corso del 2006 i contribuenti accertati in maniera approfondita che hanno scelto di aderire all’accertamento sono stati 21.025. E hanno effettivamente versato 85,5 mln pari a 4.069 euro a testa. 

“I dati – ha spiegato Romano - dimostrano che in questi anni spesso è stata data la patente di onestà fiscale a chi forse non la meritava del tutto. In molti casi si registra una congruità artificiale ottenuta alterando alcuni dati significativi ai fini dello studio di settore. Con gli indicatori di normalità si è ridotta la possibilità di eludere. È vero che quest’anno, applicando le norme decise dal Parlamento, è stata elevata l’asticella per rientrare nei parametri. Ma i redditi da cui si parte sono in molti casi irrisori o addirittura negativi. È inevitabile avere una percentuale di incremento elevata quando si parte da valori particolarmente bassi. Lo sforzo che si sta facendo è quello di rendere gli studi più precisi e aderenti alla realtà produttiva delle imprese. I problemi che possono sorgere per le attività marginali e per tutte quelle situazioni non perfettamente rappresentate dagli studi sono ben presenti agli uffici che ne terranno conto nel contraddittorio con i contribuenti. Perciò chi dichiara correttamente, non deve preoccuparsi se non rientra nei parametri. Perché la legge chiede a tutti i contribuenti, sia soggetti agli studi che non, di pagare le imposte sui redditi effettivi”. 

Tornando all’attività di controllo sui contribuenti in contabilità semplificata nel periodo 1999-2002 il 13 per cento dei soggetti non congrui è stato sottoposto a controllo. Nei 4 anni sono stati effettuati complessivamente 132.000 controlli di cui il 22 per cento non ha determinato alcun accertamento in quanto i contribuenti sebbene non congrui, sono risultati in regola, il 65 per cento è stato definito bonariamente attraverso l’adesione in contraddittorio, l’acquiescenza o la mancata impugnazione. Solo l’8 per cento è sfociato in contenzioso. Infine relativamente all’attività di controllo sulla veridicità dei dati dichiarati dai contribuenti nell’allegato “studi di settore” al modello Unico nel 2004 sono stati effettuati 84.801 accessi brevi, dai quali sono emerse numerose differenze tra i dati dichiarati e quelli rilevati, nonché l’insussistenza delle cause di esclusione o di inapplicabilità degli studi dichiarate. 

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Roma, 20 giugno 2007

 

 

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